Rassegna Giurisprudenziale

Chi cambia sesso può scegliersi liberamente il nuovo nome – Cass., 17 febbraio 2020, n. 3877/2020

di 21 Febbraio 2022 Febbraio 24th, 2022 No Comments

Il Supremo Collegio ha chiarito alcuni aspetti in merito al delicato tema del nuovo nome da attribuirsi alla persona richiedente in seguito alla rettificazione del sesso.

In particolare, ripercorrendo brevemente i fatti di causa, la decisione di primo grado aveva respinto la richiesta di X di rettificare il sesso, da maschile a femminile, poiché a seguito di una consulenza tecnica d’ufficio era emersa la mancanza del presupposto della “compiutezza del percorso di transizione”.

La Corte d’Appello di Torino aveva accolto, invece, la domanda formulata da parte ricorrente con conseguente ordine agli ufficiali dello stato civile di procedere alle competenti modifiche anagrafiche, non ritenendo, tuttavia, di poter consentire il cambio del nome secondo un “voluttuario desiderio” di X, dovendosi procedere con la “mera femminilizzazione del precedente”.

X aveva presentato ricorso in Cassazione, lamentando con unico motivo di non poter dare indicazioni in merito al nuovo nome, ritenendo che non si possa imporre un mero automatismo di conversione ed avendo, inoltre, diritto all’oblio, inteso quale “diritto ad una netta cesura con la precedente identità consolidatasi”.

Il caso in esame presenta così due questioni giuridiche: la prima inerente la rettifica del sesso e la seconda riguardante l’attribuzione del nuovo nome.

La prima è stata risolta dai giudici d’appello che, riformando la decisione di primo grado, ed attraverso un richiamo alle pronunce n. 221/2015 e n. 180/2017 della Corte Costituzionale, hanno ritenuto sussistenti i presupposti per la rettificazione del sesso.

Il combinato disposto degli artt. 2, 3 e 32 della Costituzione, nonché dell’art. 8 CEDU, permette di escludere che la suddetta rettificazione possa avvenire solamente all’esito di un intervento chirurgico: una tale previsione rappresenterebbe, infatti, un’irragionevole compressione del diritto alla propria identità sessuale.

Esaminando la seconda questione del caso, ovvero la richiesta della parte ricorrente per il riconoscimento del nuovo nome, si osserva come questa era definita dai giudici di secondo grado “pretesa ascrivibile ad un desiderio di carattere meramente voluttuario”.

La Corte di Cassazione ha rilevato come questo aspetto non sia espressamente disciplinato dalla legge di riferimento, ovvero la n. 164/1982. Le norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso prevedono corrispondenza assoluta tra sesso anatomico e nome, con “preferenza per l’interesse alla certezza nei rapporti giuridici rispetto all’interesse individuale”, ma l’interpretazione data dai giudici di merito non trova supporto in tale normativa.

In particolare, il Supremo Collegio ha sottolineato come non vi sia un obbligo di trasposizione meccanica del nome originario nell’altro genere, con anche eventuale impossibilità di tradurre dal maschile al femminile, o viceversa, alcuni nomi. Da valutare anche il contesto linguistico in cui si pone l’interprete, dato che alcuni nomi possono essere percepiti come maschili o femminili, con conseguente incertezza derivante da una conversione non univoca.

In conclusione, non paiono emergere obiezioni al fatto che sia la stessa persona interessata ad indicare il nuovo nome, definito come “primo ed immediato segno distintivo” e quindi “diritto inviolabile”, purché non vi sia conflitto con disposizioni normative o diritti di terzi.

Sulla base di tali argomentazioni, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, cassando la sentenza impugnata.

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